Amore scaduto

venerdì 29 agosto 2008


Ovunque.
In uno spazio tra cielo e terra, senza il tempo per l’inganno.
In un giorno senza memoria che allunga la sua ombra, oltre.
In un istante lontano dal sogno e così appeso al reale che quasi è impossibile viverlo.
È una musica che suona senza orchestra, melodiosa e incompresa. Violini pizzicati senza archetto. È un tempo in 4/4 che non ha ritmo né suonatori.
Stava così, ora. Come una di quelle opere iniziate che non avrebbero mai avuto fine.
Uno sguardo all’orologio rotto, come a trovare comprensione perfino in qualcosa senza anima, uno alla tenda mossa dal vento, muta.
In attesa del niente, con la guerra dentro e mille domande in testa.
I capelli lunghi leggermente scomposti e arruffati dalla foga del sesso.
Forse il destino non le aveva regalato mai nessuna alternativa altrettanto eccitante e coinvolgente. Nulla che la facesse sentire cosi viva, corpo e anima.
Si erano presi ripetutamente fino a sfinirsi con un coinvolgimento e un’intesa mai assaporati prima.
La stanza di hotel che avevano scelto, con la fretta di aversi addosso per la prima e ultima volta, puntando il dito e volgendo gli occhi, dava su piazza Indipendenza.
Ma il rumore del traffico si perdeva nell’incrocio dei loro sguardi.
Erano rimasti schiacciati l’uno all’altro, a lungo, ascoltandosi i respiri, mentre la moquette soffice attutiva le urla delle loro anime, pesanti, che piano piano andavano cadendo vittime consapevoli di un’amore impossibile.
Perché le medicine, si sa, hanno innumerevoli effetti collaterali e una scadenza.
Anche quelle per l’anima.


6 Comments:

Mario said...

...anche se per le medicine dell'anima la scadenza può essere il limite da superare perché la medicina stessa faccia il suo effetto...;)...

..scrivi bene bene...;)
Bacio
M

Davide Giansoldati said...

Questo tuo racconto mi è proprio piaciuto molto intenso.

Brava!

PS: ti ho linkato dal mio blog!

a presto...

Anonimo said...

soprattutto quelle dell'anima!

(andrea/angelo)

Corrado said...

Per dilettarsi, sovente, le ciurme
catturano degli àlbatri, marini
grandi uccelli, che seguono, indolenti
compagni di viaggio, il bastimento
che scivolando va su amari abissi.
E li hanno appena sulla tolda posti
che questi re dell'azzurro abbandonano,
inetti e vergognosi, ai loro fianchi
miseramente, come remi, inerti
le candide e grandi ali. Com'è goffo
e imbelle questo alato viaggiatore!
Lui, poco fa sì bello, com'è brutto
e comico! Qualcuno con la pipa
il becco qui gli stuzzica; là un altro
l'infermo che volava, zoppicando
scimmieggia.
Come il principe dei nembi
è il Poeta che, avvezzo alla tempesta,
si ride dell'arciere: ma esiliato
sulla terra, fra scherni, camminare
non può per le sue ali di gigante.
Charles Baudelaire

R. said...

Sembra quasi di vedere! Quasi perfetto direi! ;-)

manu said...

essì.
quasi perfetto!;)(ma quasi però!!!)