Carne alla griglia

giovedì 11 settembre 2008


Mi credevo fortunata, nonostante tutto, a volte.
Mi sedevo al fresco, cullata dal rumore delle foglie del grosso faggio, ad osservare il colore della memoria che cambiava d’intensità con il passare dei giorni.
Non era successo nulla di reale, forse. Ma vivevo come se fosse accaduto di tutto.
Questo perché quando raccontiamo a noi stessi una storia, spesso la raccontiamo seguendo le sensazioni verosimili prodotte dal ricordo e l’immagine che ne conserviamo non è sempre perfettamente coerente con quel che in realtà è accaduto.

Ci eravamo conosciuti in un pomeriggio di mezza estate.
Sporchi e sudati e con l’odore della carne arrostita alla griglia sui vestiti.
Senza nemmeno parlare ci eravamo presi per mano e avevamo cominciato a correre, stando attenti ai gradini formati dalle radici degli alberi che si allungavano dalla terra.
Il cartello diceva area griglia.
Erano tutti là. Ad ingozzarsi di costine di maiale e trangugiare vino scadente. Del resto non si possono bere buoni vini in un campeggio a ferragosto. Birra per qualcuno.
A dieci anni, dopo che di costine ne hai mangiato un po’ e ti sei divertito a sputare i semini dell’anguria più lontano possibile, non ti rimane che alzarti dalla panca di legno e cercare qualcuno che giochi con te.
Mi aveva trovata lì accanto che raccoglievo fiorellini con il mio vestitino a quadretti rossi. Gli stavo simpatica e lui a me.
Da quel giorno ci siamo presi per mano diverse volte. Spesso senza nemmeno rendercene conto. Come un angelo appariva al mio fianco sempre quando meno me lo aspettavo e nemmeno lo meritavo a dire il vero.

Tre anni senza nemmeno sentirci.
Poi all’improvviso alzo il telefono e lui è lì. Che mi aspetta. Perché lo sa che un giorno non potrò più stare senza di lui. Capitolerò e forse ci sposeremo.
Andremo in vacanza al mare e cucinerò per lui. Una volta all’anno forse andremo perfino a sciare, da soli o con gli amici , magari con i nostri bambini.
Potrebbe mettersi qualunque profumo addosso, ma per me odorerà sempre della carne alla griglia del nostro primo incontro.
Questa volta lo chiamo perché ho fatto uno dei miei soliti casini. Ci mettiamo d’accordo per pizza e racconti di vita consumata.
Alle otto mi passa a prendere.
La pizzeria che ci aspetta è la solita dei nostri fugaci incontri. Dista solo qualche isolato da casa, ma insiste per andare in macchina ugualmente.
Quando arriviamo lì di fronte tira dritto e non si ferma. Mi guarda con una luce strana negli occhi e un ghigno da bambino che la sta facendo grossa.
Scuoto il capo ma non domando. Tanto già so che non direbbe nulla.
Mi metto comoda sul sedile chiacchierando delle mie sventure, dell’ultimo fallimento amoroso e dei fiaschi lavorativi. Lui volge gli occhi al cielo e mi prende in giro.
Ci fermiamo dopo un’oretta di viaggio.
Riconosco il posto: da Gustavo.
È il mio ristornate preferito.
Cucina toscana. In onore dei nostri innumerevoli soggiorni tra i cinghiali della maremma. Vacanze da adolescenti spensierati tra la calma di Pereta e la morbida campagna di Scansano.
Lo abbraccio felice della sorpresa e urlo di gioia. Si tappa le orecchie con le mani. Ne approfitto e lo bacio.
Poi entriamo. Gustavo si ricorda sempre di noi. È un signorone con il marcatissimo accento toscano, giovale, con la faccia rotonda e carica di sorrisi che dispensa senza parsimonia.
Decide lui il nostro menù per non distoglierci dalle chiacchiere dei tre anni che ci hanno separato.
Pazzesco come a volte il tempo riprenda la sua corsa esattamente da dove era stata interrotta.
Lui è sempre il solito: fermo nella sua confusione. Non fa un passo e tutto gli arriva prima o poi, pensa.
Io corro come una matta da una parte all’altra. Prendo, o almeno ci provo, quello che mi piace, mi stufo e poi scappo lasciandomi alle spalle porte con cardini rotti che mai si chiudono completamente.
Quella sera era più affascinante di sempre.
Avrei voluto mangiare dalla sua bocca e bere dalle sue mani.
Mi sarei fatta accarezzare a lungo per dimenticare gli orrori della mia vita piena di errori e bugie.
Non si era mai fidanzato. Qualche avventura, ma niente di più.
Quella sera mi trovava irresistibile anche lui.
Sarà stato il Morellino di Scansano o la carne di cinghiale profumata al cioccolato che ci si scioglieva in bocca. Non lo so. E non lo saprò mai.
Sazi e felici tra abbracci e complimenti salutammo Gustavo promettendogli che non avremmo fatto passare altri tre anni alla prossima nostra visita.
In macchina ci baciammo con foga.
Le mani andavano dappertutto. Troppi anni senza permettere ai nostri corpi di conoscersi davvero.
Contenti che fosse arrivato il nostro momento.
Guidava impaziente, rincorrendo la notte per la nostra unione.

Mi piace ricordare spesso di come siamo entrati in casa già mezzi nudi, pronti per condividerci e gustarci. In silenzio, per non contaminare la melodia della fusione dei nostri respiri. Con gli occhi truccati di passione. La stessa che mi porto dietro oggi raccontandomi ancora quello che forse non è accaduto.

Il camion che ci travolse ci trovò mano nella mano.
Poi lo portarono via uomini vestiti di bianco, dentro un sacco nero. Tra le mie urla soffocate e il mio dolore struggente.
Lui che mai aveva inseguito nulla nella sua vita, fermo nella convinzione che tutto arriva a chi sa aspettare, quella sera aveva fatto uno strappo alla regola. Per me.
Aveva provato ad inseguirmi senza aspettarmi, per una volta.
Mi hanno tagliato la mano. Quella che mi teneva lui, sul cambio, mentre guidava.
Mi hanno tagliato la vita, ma non lo sanno.
Io vado avanti nella sregolatezza, correndo senza inseguire nulla.

6 Comments:

fra said...

Bellissimo...

Anonimo said...

:-(


angelo/andrea

Davide Giansoldati said...

Un racconto molto bello e con un finale sorprendente.

C'è da dare qualche limatina qua e là, per rendere ancora più fluido lo scorrere delle parole.

Prova a lasciar decantare il tuo racconto un paio di giorni, poi rileggilo ad alta voce.

Vedrai tu stessa dove smussare...

Davide

Anonimo said...

Contrariamente a quello che pensi, leggo il tuo blog piu spesso di quanto credi...
non commento perche' da una parte hai uno stile di scrittura che travolge e che, se continui a crederci, sicuramente ti portera' lontano... dall'altra sono spesso storie tristi.
Tristezza e dolore che hai vissuto e che ancora senti dentro. Se posso fare lo psichiatra, vorrei dirti che scrivendone ti da' l'impressione di liberartene ma alla fine piu' ci pensi e piu' lo scrivi, piu' la tieni viva. Una spirale che credi giri nel senso giusto della liberazione ma gira nel senso opposto, dandoti la falsa sensazione momentanea di sentirti meglio per poi alimentare molto piu’ profondamente quell dolore che ti brucia dentro... guadagni 5 per qualche momento per perdere 10 molto piu’ a lungo.
Hai un grande dono che e' quello di scrivere incredibilmente bene e lo hai abbracciato nel modo giusto (non molte persone lo fanno)... prova a pensare se solo tu cambiassi i finali delle storie in belli e positivi (sempre)... pensa che impatto enorme avresti su tutti quelli che le leggono.
Chi non penserebbe di venire a leggere una tua storia per sentirsi meglio o consolato o ispirato?
Sono cosi' travolgenti che ti senti parte del racconto... fin troppo... e questo vuol dire che se finisce male e' una botta molto piu' grossa x chi lo legge e magari c pensa due volte prima di leggerlo di nuovo.
Ho pensato di dirti questo solo dopo che ho fatto leggere le tue storie a due amiche ed un amico e senza che io dicessi nulla e' esattamente quello che mi hanno detto tutti.
Se non hai gia' smesso di leggere, e se non sei incazzata nera x il mio commento, vorrei lasciarti con il pensiero di quello che credo con tutto me stesso...:
Con il tuo stile, potresti scrivere storie potenti che ispirano e creano un'esplosione di vita in chi le legge e nel processo ti riempi di energia positiva tu e ti liberi del dolore, sostituendolo con felicita'.
Puoi essere sorgente di luce... (oops... sembra troppo spiritual? :-) )
puoi creare gioia e sollievo... puoi regalare un sorriso... puoi dare speranza...
Adesso basta... perche' se pubblichi il commento chi lo legge, non conoscendo i nostri discorsi, pensa che sia da rinchiudere... e forse ha ragione... :-)
ma non preoccupatevi... tutto a posto... ho finito spinelli, cannoni e bonzer... adesso torno a letto...
Rick

Anonimo said...

ho appena visto pure la faccina triste in un commento... allora non solo io la penso cosi...
:-)
Bacio

Davide Giansoldati said...

Beh Manu, perché non ci provi a seguire il suo consiglio? :)