A volte capita

martedì 14 ottobre 2008

Quando si svegliava la mattina con i seni piccoli, sapeva già che non era giornata.
A volte riusciva a passarci sopra, altre proprio no.
Come quella mattina.
Fuori faceva un freddo cane, il vento soffiava sbattendo violentemente sulle persiane, accostate per fare entrare un briciolo di luce.
Infastidita, infreddolita e con il seni piccoli.
Un’altra giornata di merda, forse.
Si era lavata e vestita velocemente ma con cura.
Senza ombrello era corsa giù dalla scale per non perdere l’autobus.
Il 31 passava sempre in anticipo.
Erano le 5.30.
A quell’ora Genova dormiva ancora.
Iniziava al lavoro un quarto alle sette. Ma non sopportava fare tutto di corsa.
Aveva bisogno di tempo per realizzare che tipo di giornata stava per vivere.

Da quando l’aveva incrociato, quel lunedì mattina, non aveva più potuto ignorare l’esistenza del suo sguardo.
Aveva cominciato a cercarlo senza posa, nella sua testa e tra le vie di una Genova che di solito non frequentava. Con costanza, persino nelle giornate coi seni piccoli.
A metà novembre l’aveva trovato su una banchina del porto, dove, aveva scoperto, dormiva la notte, tra un container e l’altro, cullato dal vociare amico dei marinai con cui divideva spesso birra e avanzi di cibo.
La mattina saliva sul primo autobus che collega il porto al resto della città.
Era il 31 e la prima corsa era alle 5.30.

Avrebbe voluto avere il coraggio di un gesto di disperato egoismo mosso dall’assurda esigenza di poterlo incontrare con continuità.
Avrebbe voluto che si trattasse di un oggetto qualunque, per comprarlo, o di una casa di quelle che ogni giorno mostrava a potenziali coppie felici, per abitarci.
Era un uomo di circa 35 anni, forse meno, con il viso segnato da una vita di insuccessi e di violenze.
Una profonda cicatrice dalla fronte arrivava fino al collo e gli divideva il volto a metà.
Mille volte avrebbe voluto domandargli come se l’era procurata, nella speranza di poter alleviare un dolore bruciante, forse già superato.

I loro sguardi si appartenevano dal lunedì al venerdì, per qualche secondo, sul loro autobus. Lei saliva e gli sedeva accanto.
In silenzio, finchè non si alzava per scendere quattro fermate più in là, lasciandolo solo nel suo viaggio senza meta.

Immaginava spesso di condividere con lui una quotidianità non reale, di fare l’amore con violenza sulla scrivania, in ufficio, mentre le altre erano fuori per la pausa pranzo e lui arrivava sorridente in doppio petto blu.

Bruciata dall’ossessione, come la pelle sotto il sole delle due di pomeriggio a ferragosto, aveva deciso di rompere il silenzio.
Era andata a letto presto quella sera, per svegliarsi riposata e in forma.
E si era svegliata in una di quelle mattine no, dai seni piccoli.
Si era lavata e vestita velocemente ma con cura.
Senza ombrello era corsa giù dalla scale per non perdere l’autobus.
L’aveva preso, anche se il 31 passava sempre in anticipo.

Ma lui non c’era, in quella mattina dai seni piccoli.
E nemmeno il giorno dopo e il giorno dopo ancora.
I loro sguardi non si mescolarono più.

Le piaceva pensare che si fosse innamorato di un’altra.
A volte capita.

4 Comments:

Anonimo said...

stanotte ti ho sognato.
non ci siamo mai incontrati se non girando tra libri e blog.
eppure, nel sogno, camminavamo in senso opposto; ci siamo quasi scontrati, riconosciuti subito e abbracciati, come per dare sfogo ad un'urgenza trattenuta.
M.

Anonimo said...

mi sono emozionato a leggere il tuo racconto. Mi ha come dire... assorbito... come se l'avessi scritto io. L'ho "sentito".

forse perchè ho vissuto e sto vivendo una situazione simile.


Mirto

melacattiva said...

Potevi mettere un po' più di suspence ma è bello comunque. Seni piccoli... solo sotto forma di scrittura si possono ancora citare. La tv li ha aboliti mi pare :-o

bye

andrea said...

delicato... bacio