Sulla sua isola

martedì 22 luglio 2008


Si era presa ferie persino da se stessa.
Gelosa di quel passato che non sarebbe mai stato suo, nella difficoltà di accettare l’esistenza della sua vita, prima di Lei.
Soffriva per i ricordi che non avrebbe mai condiviso, per quelli che non poteva ricordare davvero.
Metteva un piede davanti all’altro camminando all’indietro, lontano da quel futuro di speranze che non doveva ma che, a volte, pareva essere un furto al passato.
Si barcamenava in quella odissea di rumori che la portavano al presente ogni volta che la sua mente cambiava strada per tornare indietro.
Molte delle cose che aveva le doveva al suo fascino ipnotico e ai modi suadenti, al suo sorriso fatto di denti bianchissimi e perfetti, consapevole di spalancare il paradiso a ogni moto di labbra.
Ora non sorrideva più tanto spesso. Non si emozionava più se le regalavano una rosa.
Era troppo concentrata su quel che era stato per rendersi conto della favola dei momenti che spesso andava perdendosi.
Tutto era iniziato con quel viaggio a Roma. L’unico vero viaggio della sua vita, diceva lei. L’unico che rifarebbe, sola, con una testa diversa ma con lo stesso cuore. L’unico che l’aveva fortemente cambiata, resa immortale come la città eterna, che le aveva dato uno slancio verso quel futuro da sempre desiderato, ma che l’aveva tenuta attaccata con una corda ad una grata da dove poteva osservare tutto a quadretti, attraverso le maglie della rete, senza interagire, mai.
Come quando stai su una moto, e vai a 200 all’ora incurante del pericolo, annusando l’aria, sentendola tra i capelli, nelle ossa, tra le dita, sulla pelle. La vivi ma non l’afferri. Forse nemmeno ci provi. Ed è giusto così.
Ogni novità era il riflesso di qualcosa che era già stato, di un sentimento già gustato forse mai fino in fondo.
Non sceglieva mai, per scelta. Non giocava al rilancio sulla sua vita.
Aspettava che gli eventi tornassero lì da dove erano cominciati per trovare la loro strada, senza fetta. Senza affanno. Senza senso.
Ferma immobile persino nel desiderio più profondo. Convinta che al momento opportuno le sarebbero spuntate branchie per respirare e pinne per nuotare sulla sua isola di ricordi futuri che piano piano sarebbe affondata nel mare del presente.
Perché qualcuno le aveva detto una volta che quando abbandoni il salvagente scopri che è l’acqua a sostenerti. Ma ancora non aveva trovato il coraggio di buttarsi e provare a nuotare per recuperare il tempo che inesorabile le scivolava tra le dita, ora.




1 Comment:

Davide Giansoldati said...

in punta di voce...

un titolo interessante che anticipa i pensieri e i sussurri dei tuoi singoli post...

Mi hanno colpito per la loro carica di emozioni.